sabato 30 agosto 2014

Apatia

E forse si,
forse mi sto abituando
ad essere esclusa
da questo tuo mondo a parte,
da quei ritratti che con tanto candore
e con tanta passione
disegnasti,
immortalando
corpi sinuosi
di tante altre.
Io che volevo solo esser unica,
immersa nella mia solitudine
e nelle mie paranoie.
Volevo tanto far parte
di quell'universo lontano,
per me sconosciuto,
ed irraggiungibile.
Ma ho smesso di sperare,
e mi copro,
con un mantello di apatia.
Nulla più mi sconvolge,
nulla più mi ferisce,
nemmeno scoprire
che non sono,
in fondo,
poi così speciale.
Resto muta,
meglio non parlare.
Ognuno vale per se....

lunedì 25 agosto 2014

Storie da un conflitto:parte 3 "Lettera di Rabi"

Una Breve Premessa

Quanto state per leggere,nei confini di queste righe,è frutto della mia immaginazione.
In verità vorrei tanto che queste storie fossero state partorite solo dalla mia giovane mente,ma a malincuore devo ammettere che esse sono ispirate ad eventi realmente accaduti nel corso dell'ultimo conflitto israelo-palestinese.
Ciò che sto cercando di fare,è immaginare di essere li,in mezzo ai soldati e ai civili israeliani,in mezzo agli anziani,alle donne,e ai bambini palestinesi,in mezzo ai medici degli ospedali di Gaza.Ciò che cerco di fare,è immaginare i loro pensieri,la loro angoscia,la paura,la sensazione di impotenza che si può provare quando le case,le strade,i ricordi,le vite,vengono rase al suolo,impunemente. 
Cerco di immaginare i pensieri tempestosi di un soldato israeliano,un disertore che preferisce essere privato della propria libertà,piuttosto che sporcarsi le mani col sangue di innocenti.
Questa non è una dunque una lezione di storia e non va presa come tale.Va presa come una delle tante letture sulle quali ci si può imbattere navigando nel web.Inutile dire che non sarà un resoconto di tutti gli avvenimenti che hanno preso vita nel corso di questo conflitto,sarebbe impossibile.
Quelle che seguiranno in questi post,che pubblicherò oggi e prossimamente sono solo storie. 
L'attenzione sarà proiettata sulle vicende che più mi hanno sconvolto,e che io tenterò di raccontare a modo mio.Varierà quindi l'ambientazione perchè diversi sono i luoghi in cui si sono svolti i fatti.
Varierà anche il punto di vista narrativo.
Vi auguro una buona lettura,sperando che lo sia,altrimenti mi scuso in anticipo per la perdita di tempo.


Lettera di Rabi

Cara Ester,
Se fossi qui,cadrei in ginocchio dinnanzi a te,bagnerei con le mie lacrime i tuoi piedi candidi,e ti chiederei perdono.
Se fossi qui,immersa nella penombra della mia stanza,ti accorgeresti della corda appesa alla trave del soffitto.
Se fossi qui ti accorgeresti che il mio volto è magro,le guance logorate dalle lacrime,osserveresti la mia barba disordinata,ma la tua innocenza non ti permetterebbe di vedere la disperazione i fondo ai miei occhi.
Se fossi qui ti racconterei la storia dell'albero cresciuto sull'orlo di un dirupo,che stanco di ribellarsi e di lottare contro le raffiche di vento,alla fine si lascia andare.
Se fossi qui non capiresti che quell'albero sono io,e che ho deciso di non lottare più.
Ma tu non sei qui,ed è meglio.
Probabilmente mentre ti scrivo questa lettera stai guardando la TV,distratta,disattenta,con la tua solita espressione serena,con lo sguardo vispo,e un accennato sorriso sulle labbra.
E magari stai pensando a me.
Questa è la mia ultima lettera,non ce ne saranno altre dopo...non ci sarà un dopo,non ci sarà un domani,non per me,che questa notte sono rimasto sveglio,per poter vedere un ultima volta la luna e le stelle,e i primi raggi del sole al mattino.
Questa è una lettera d'addio,e ti chiedo perdono per la sofferenza ed il dolore che ti attanaglieranno nei tuoi giorni futuri...
Ti chiedo perdono,e ritengo doveroso da parte mia,spiegarti il perchè del mio gesto....

Ricordi quando decisi di arruolarmi nell'IDF?Uscivamo da poco io e te,avevi ancora i capelli lunghi e l'apparecchio ai denti...
Ti dissi che quella era l'unica cosa che avrei voluto fare
Quale grande onore era per me essere proclamato difensore dello stato di Israele,proteggere ciò che avevo di più caro,la mia terra,i miei genitori,ma soprattutto te.Ci sono voluti anni perchè diventassi pilota.Ho sopportato la vita dura dell'esercito,la sveglia assordante ogni mattina.Ho sopportato le botte,le punizioni,gli insulti,ho fatto cose terribili...
Era difficile,ma ancor più difficile era immaginare te,la mia famiglia schiavi di Hamas. Ancor più difficile era fare i conti con la probabilità che una bomba da Gaza colpisse la tua casa,uccidendoti.
Avevo qualcosa per cui lottare,qualcuno da difendere. Ero fedele al mio paese e ai miei principi.Ed ero fedele a te...

Ci sono cose,che non ti ho mai raccontato,ma che ora non ha più senso tacere,non se voglio il tuo perdono
Non ti ho mai raccontato di quando ancora non ero un pilota,e fui assegnato ad un posto di blocco vicino a Tel Aviv.
Un giorno fermammo un tale,un uomo di 50 anni  che ne dimostrava molti di più.Era un padre di famiglia.Un palestinese. Non appena ci vide impallidì,ed iniziò a balbettare alcune frasi incomprensibili. Lo facemmo scendere dall'auto.Tenevamo i fucili puntati su di lui.Era spaventato,al punto che dopo un pò notai che i suoi pantaloni erano bagnati. Se l'era fatta sotto. Lo deridemmo,mentre quello piangeva per l'umiliazione.
Non era un tipo sospetto,ma lo portammo comunque in caserma. Alcuni colleghi decisero di interrogarlo. Sostenevano che proprio dietro gli individui insospettabili,poteva nascondersi un terrorista di Hamas.
Interrogare,significa torturare.
Dapprima lo picchiarono,poi una ad una gli strapparono via tutte le unghie,quelle dei piedi, e quelle delle mani.La cella era gremita di sangue. Di tanto in tanto venivo incaricato di gettare sul pavimento un secchio d'acqua.I miei amici non volevano sporcarsi la divisa.
L'uomo seduto al centro della stanza,piangeva,gridava per il dolore e per la disperazione. Finchè alla fine ammise di essere un terrorista. Disse che avrebbe preferito morire,piuttosto che sopportare ulteriori sevizie.
Quel giorno imparai che spesso basta torturare un uomo,per sentirsi dire esattamente ciò che si vuole.
Lo seviziarono ancora per diverse ore.Era un terrorista,e probabilmente le sue mani erano sporche del sangue di tantissimi connazionali.Se lo meritava.
Quando ebbero finito,mi fu ordinato di giustiziarlo.Lo dovevo fucilare,lì,e lo dovevo fare subito.
Poggiai la canna del mio fucile sulla sua fronte.Il suo viso era divenuto ormai irriconoscibile.Niente più di una maschera di sangue. Poggiai l'indice della mia mano destra sul grilletto del fucile e sparai. Sul muro retrostante,brandelli di cuoio capelluto e di cervello. L'odore del sangue mi dava il voltastomaco.
Un istante dopo mi ritrovai chino sul pavimento a vomitare l'anima.
Avevo appena ucciso un uomo,eppure mi sentivo bene.
Nella mostruosità di quel gesto,si nascondeva la mia ragione. Avevo ucciso un uomo,ma quanti altri ne avevo salvato?Io ero un buon soldato,fedele e dedito al proprio lavoro,ed ero fiero. Ero fiero di aver cancellato dalla faccia della terra,la vita di un uomo malvagio,di un terrorista,uno stupratore,un assassino.
Quella fu la prima,ma non l'ultima volta in cui giustiziai un uomo,e più andavo avanti più mi sentivo orgoglioso. Anche io stavo contribuendo a pulire il mondo da individui indegni.

Non ti ho mai raccontato di quella volta in cui,di ronda a Ramallah,fermammo una diciassettenne palestinese. La obbligammo a salire sulla nostra auto e la portammo in una campagna,poco distante dalla città.
Nei suoi documenti leggemmo lo stesso cognome di uno dei più noti ricercati terroristi della zona.
Mi rifiutai di toccarla,l'idea mi disgustava.I miei compagni invece la violentarono,ripetutamente,mentre io la tenevo immobile.Mi chiedeva aiuto,mi chiedeva di lasciarla andare. Ancora oggi mi stupisco della freddezza che riservai a quella ragazzina,la stessa con cui le piantai una pallottola in testa.

Poi,come ben sai,l'epoca dei posti di blocco e delle ronde,finì almeno per me che ero stato scelto come pilota.
Ora il mio compito non si limitava più a freddare ragazzine o terroristi. Ora entravo in guerra,quella vera,quella dove sarei potuto morire. Il mio obiettivo era quello di colpire i punti sensibili di Hamas.
Potevo cambiare la storia,portare giustizia. Non potevo essere più fiero e più gratificato di come lo ero allora.
Dopo il rapimento di Eyal,Naftali e Gilad,mi sentivo ancora più motivato. Non potevano,non dovevano passarla liscia.
Fu allora che iniziò la mia guerra. Mi venivano date le coordinate dei punti da bombardare e i bombardavo. Ero bravo...non sbagliavo un colpo...
Sorvolavo i cieli di Gaza portando giustizia.
Eseguivo gli ordini che mi venivano dati,e lo facevo bene,ma soprattutto,mi sentivo bene.

Ma solo pochi giorni dopo essere entrato in servizio con le forze aeree giorno accadde una cosa inaspettata.
Era una bella giornata,una di quelle in cui è bello volare in cui è bello guardare le nuvole all'orizzonte,quasi che non esistesse alcuna guerra.
Sorvolavo la zona della spiaggia.Guardavo il mare blu dall'alto,ed un gruppo di bambini che giocavano sulla sabbia rovente. Per un istante mi apparve un immagine dinnanzi agli occhi,come un flash,il ricordo di quando bambino e giocavo a pallone nella strada di fronte casa,di quando mia madre col suo solito fare acido e scorbutico mi chiamava per rientrare a mangiare.
Fu un attimo,un istante,poi lo scorrere dei miei pensieri fu interrotto da un rumore,come un esplosione.
Guardai in basso,verso la spiaggia e vidi una folla di persone correre all'impazzata. All'inizio non capivo.
Guardai meglio,e lì dove prima giocavano quei bambini che mi ricordarono la mia infanzia,ora c'erano dei corpi mutilati,ora c'era solo morte.
Rientrai alla base e chiesi un permesso per poter tornare a casa. Ero confuso e sotto shock.
Non sono più tornato a lavorare.
Alla TV vedevo le immagini di bambini morti,degli attacchi agli ospedali di Gaza.200 morti in tutto,la maggior parte civili.
I dubbi cominciarono ad invadere la mia testa.
Chi davvero stavamo uccidendo?Hamas? O solo tutti i palestinesi che malauguratamente si  trovavano nel posto sbagliato e nel momento sbagliato?Era una guerra o più semplicemente un genocidio?Era davvero giustizia quella che sotto forma di missili riduceva in brandelli case e ospedali,o era solo semplicemente morte?
Tante domande.Nessuna risposta chiara.
Avevo visto degli innocenti morire sotto i miei occhi.Non Hamas,non terroristi,ma bambini.
E quante di tutte quelle persone a cui ho strappato la vita,erano davvero terroristi?L'uomo che si era pisciato addosso di paura forse?O la ragazza stuprata,uccisa e abbandonata nel fango,nelle campagne di Ramallah?
No.....quelli non erano terroristi....erano persone innocenti....più innocenti di quanto lo fossi io.Quelle persone non avevano armi,non avevano missili....non avevano niente,se non la speranza che la loro vita potesse continuare.
Per giorni non ho avuto il coraggio di guardarmi allo specchio.Per giorni ho delirato,sicuro di vedere sulle mie mani il sangue di quei bambini. Certo,non li avevo uccisi io,eppure,mi sentivo responsabile anche della loro morte.

Ora mi guardo allo specchio,e con ribrezzo mi accorgo che il mio viso è quello di un assassino,che nulla mi distingue dai terroristi di Hamas. Anche io,come loro,per amor di un ideale,ho perso di vista ciò che vi è di più importante a questo mondo,cioè la libertà di vivere.
 Come me,anch'essi giustificheranno il loro operato in qualche modo,perchè fare i conti con se stessi,è la cosa più difficile al mondo,ed è meglio aver una scusa pronta...sempre.
Io non ho più scuse. Dinnanzi ai miei occhi,ora è tutto fin troppo chiaro.Noi non vogliamo sconfiggere Hamas,vogliamo cancellare la Palestina dalla faccia della terra,così come Hitler tentò di cancellare il popolo ebraico.
Abbiamo forse dimenticato i campi di concentramento?E che è Gaza se non un enorme,gigantesco ghetto?
Ciò considerato,ti sarà chiaro capire che non posso più partecipare a questa immensa farsa. Sono un disertore e come tale verrei giudicato,probabilmente fucilato.
Continuare a vivere,significherebbe per me,solo prolungare la strada di sofferenze che mi condurrebbe alla morte.
Non voglio essere giudicato,non da chi mi riterrebbe colpevole per non aver ucciso ancora,e ancora e ancora.
Non ce la faccio più.Ti prego di perdonarmi Ester. Perdonami se ti lascio sola.Perdonami se ti farò soffrire,ma l'odio che provo per me stesso,supera l'amore nei tuoi confronti.Non dormo da giorni,e la mia mente è stanca,così come i miei occhi.Non posso convivere con i miei sensi di colpa.
Sono un debole?Si...forse lo sono,ma non giudicarmi Ester,non giudicare il gesto che sto per compiere come atto di vigliaccheria,ma come segno di pentimento.
Oggi 15 luglio io morirò.Morirò impiccato,morirò solo,ma morirò pensando a te,e questo renderà il mio viaggio più dolce e sereno.
Mi mancherai Ester,mi mancherà il tuo profumo di pulito,mi mancherà la tua bocca,il tuo seno,mi mancherà la tua ingenuità,quel modo che avevi di avvinghiarti a me quando avevi paura dei temporali. Mi mancherà la tua risata chiassosa,le tue parole dette senza pensare. Mi mancherà la tua mente brillante,i tuoi discorsi da adulta.

Ti amo Ester,e voglio che tu sappia che
ovunque andrò,ti porterò dentro nel mio cuore.
Vivi Ester,ama,e ti prego....dimenticami

Tuo per sempre
Rabi

sabato 23 agosto 2014

Una mosca,forse qualcosa di più

C'è una mosca.
Aleggia e fluttua trasportata dall'aria calda che
dalla finestra spalancata invade la mia stanza.
Ronza la maledetta.
Il suo ronzio,come un martello pneumatico,
mi trapana il cervello.
Tento di scacciarla,agitando le mani,quasi fosse un cattivo pensiero,
da rimuovere dal labirinto dei ricordi,
e come un cattivo pensiero
si allontana per pochi istanti,
poi ritorna.
L'ho voluto io.
Proprio ieri sul calar del sole
notai la mosca suddetta,dimenarsi nelle profondità del mio bicchiere.
Affogava in ciò che per lei doveva essere un mare
di succo all'arancia.
La osservai per un pò,
osservai con attenzione la sua disperazione,
le piccole zampette bagnate
che cercavano di scalare la liscia vitrea parete,
osservai le ali,che galleggiavano
su uno sfondo di liquido giallo,
quasi fossero un mantello.
Poi voltai lo sguardo,
lasciando che la morte prendesse su di lei il sopravvento.
Ma non riuscivo a scacciare dalla mia testa,
l'immagine di quella lunga lenta agonia.
era solo una mosca,si,
chiunque altro avrebbe gettato il contenuto del bicchiere,
nelle profondità putride e scure di un cesso.
Non sopportavo l'idea che un essere vivente
stesse morendo
dinnanzi ai miei occhi.
Infilai l'indice della mia mano nel bicchiere
traendo così in salvo la mosca,
che oggi aleggia e fluttua nell'aria
che dalla finestra invade la mia stanza,
e il suo ronzio come un martello pneumatico,
mi trapana il cervello.

Ogni azione ha la sua diretta conseguenza.

Forse se ieri fossi rimasta indifferente,
oggi avrei sulla coscienza
il peso di una mosca morta...

Ma aimè,il peso che ho sulla coscienza,
non è quello di una mosca sola,
ma di tante mosche,
che si chiamano uomini
si chiamano donne
e si chiamano bambini,
che affogano,
gettate dal democratico occidente,
nel cesso dell'indifferenza.

lunedì 18 agosto 2014

Storie da un conflitto Parte 2 "Storia di Nibaal"

Una Breve Premessa

Quanto state per leggere,nei confini di queste righe,è frutto della mia immaginazione.
In verità vorrei tanto che queste storie fossero state partorite solo dalla mia giovane mente,ma a malincuore devo ammettere che esse sono ispirate ad eventi realmente accaduti nel corso dell'ultimo conflitto israelo-palestinese.
Ciò che sto cercando di fare,è immaginare di essere li,in mezzo ai soldati e ai civili israeliani,in mezzo agli anziani,alle donne,e ai bambini palestinesi,in mezzo ai medici degli ospedali di Gaza.Ciò che cerco di fare,è immaginare i loro pensieri,la loro angoscia,la paura,la sensazione di impotenza che si può provare quando le case,le strade,i ricordi,le vite,vengono rase al suolo,impunemente. 
Cerco di immaginare i pensieri tempestosi di un soldato israeliano,un disertore che preferisce essere privato della propria libertà,piuttosto che sporcarsi le mani col sangue di innocenti.
Questa non è una dunque una lezione di storia e non va presa come tale.Va presa come una delle tante letture sulle quali ci si può imbattere navigando nel web.Inutile dire che non sarà un resoconto di tutti gli avvenimenti che hanno preso vita nel corso di questo conflitto,sarebbe impossibile.
Quelle che seguiranno in questi post,che pubblicherò oggi e prossimamente sono solo storie. 
L'attenzione sarà proiettata sulle vicende che più mi hanno sconvolto,e che io tenterò di raccontare a modo mio.Varierà quindi l'ambientazione perchè diversi sono i luoghi in cui si sono svolti i fatti.
Varierà anche il punto di vista narrativo.
Vi auguro una buona lettura,sperando che lo sia,altrimenti mi scuso in anticipo per la perdita di tempo.

Storia di Nibaal

Mi chiamo Nibaal Zahira Nasser,ho 32 anni,madre di 3 figli,Omar che oggi avrebbe 13 anni,Ismael 9,e Yousef ,il più piccolo,di 4 anni.
Mio marito Ibrahim,commerciava spezie.
Ci sposammo che io avevo 17 anni e lui 26.Era un giovane affabile e cortese,brillante e di ricca famiglia, alla ricerca di una moglie che gli desse dei figli e che lo trattasse con tutta la cura che meritava.Vista la sua dote i miei genitori non esitarono un istante prima di offrirmi a lui  in sposa.
La prima volta che lo vidi,era vestito elegantemente,indossava una camicia celeste,un pò sbiadita,e dei pantaloni scuri.Aveva folti capelli neri ed una lunga e curatissima barba.La sua pelle era brillante e luminosa come il bronzo. Mentre i suoi occhi scuri emanavano una luce che mai avevo visto prima. Il suo sguardo severo e il suo sorriso contenuto,nascondevano la dolcezza e l'affetto di cui mi riempì dopo il matrimonio.
Alla sua vista iniziai a tremare. Ero imbarazzata,mentre i miei genitori erano raggianti,e commossi. Io con i miei lunghi ricci capelli raccolti sotto un foulard logoro,ed il mio corpo celato sotto un enorme abito nero,non riuscivo a sostenere il suo sguardo scrutatore.
Avevo paura del matrimonio,ma sapevo che prima o poi il giorno delle mie nozze sarebbe stato deciso.Alcune mie amiche avevano già preso marito. Le rare volte che avevo occasione di vederle,le trovavo ingrassate,sciupate,prive di bellezza alcuna,quasi che la gioventù le avesse abbandonate fin dal giorno in cui s'erano sposate. Alcuni dei loro mariti,le picchiavano,le violentavano,e le ricoprivano di insulti.In loro non vi era l'ombra dell'amore ed era normale poichè altro non erano che schiave.
Non volevo diventare così,non volevo vedere la mia bellezza sfiorire,il mio viso ed il corpo ricoperto di lividi,non volevo vedere il sangue della mia verginità colare tra le cosce ed imbrattare le lenzuola.
Ma il mio destino era deciso.

I miei genitori ed i miei parenti,il mio futuro marito erano raggianti. Il giorno delle mie nozze solamente io avevo un vuoto nel cuore,un indescrivibile angoscia,malcelata dietro un falso sorriso.La mia innocenza stava per andarsene via,per sempre. Da quel giorno la mia vita sarebbe cambiata irrimediabilmente,e mai più sarebbe stato mio padre l'unico uomo a potermi sfiorare.da quel giorno,sarei diventata una moglie,proprietà di mio marito.
Dopo aver celebrato le nozze ed aver ricevuto i migliori auguri e congratulazioni da parte di tutti i parenti,io ed Ibrahim ci dirigemmo verso la nostra futura casa.Li avremmo vissuto insieme,lì su quell'enorme letto in legno,su quelle coperte di raso,egli mi avrebbe strappato la verginità. Tra quelle pareti avremmo cresciuto i nostri figli,e forse un giorno avremmo curato i nostri nipoti. In quella casa,risiedeva il mio futuro.Il nostro futuro.
Non appena entrammo nell'ampia camera padronale,scoppiai in lacrime,cercando invano di nascondere il mio volto bagnato tra le mie mani fredde e tremanti.Stavo ritta immobile,e singhiozzavo quando d'improvviso sentii sulle mie,le sue mani possenti e calde.Alzai lo sguardo e lo vidi,mio marito che mi sorrideva bonariamente,tranquillo. Ci guardammo per un pò dritti negli occhi,poi le sue labbra si poggiarono sulla mia fronte,ed egli sottovoce mi sussurrò all'orecchio queste parole
<<Che Dio mi sia testimone,io mi prenderò cura di te,e dei figli che mi darai,e mai ti arrecherò danno od offesa alcuna,perchè tu sarai una brava moglie,ed io per te sarò il miglior marito>>.
Ibrahim sarebbe stato un bravo marito,ed io lo sapevo,lo leggevo nei suoi occhi.
Dopo aver detto queste parole,mi carezzò sulle guance ancora bagnate mentre piano le sue labbra si avvicinavano alle mie. Sentii il suo fiato,il suo alito,poi l'umido e il caldo della sua bocca,e mi lasciai trasportare da quelle sensazioni per me nuove,per me sconosciute.
Ero stata ben educata.Sapevo che quella notte avremmo dovuto consumare il nostro primo rapporto. Così mi diressi verso il letto,mi spogliai dei gioielli e degli abiti che indossavo.
Lui stava in piedi a pochi passi da me,mi osservava mentre cercavo timidamente di coprire le mie nudità.Aveva un espressione seria.
Si avvicinò a me lentamente,mi prese una mano e mi fece cenno di sdraiarmi sulle coperte. Così feci,e voltai la faccia,mentre lui piano si spogliava.
Eravamo soli,noi due su quelle coperte,nudi.Avevo paura.Sentivo le sue mani sul mio collo sulla mia pancia e sul mio seno,poi lui fu sopra di me,prima di essere dentro di me.
Piangevo. Qualcosa s'era infranto,nel mio corpo,nel mio spirito,tra i gemiti di dolore,e i corpi grondanti di sudore.
Faceva male,molto male,e le mie lacrime tramutarono ben presto da lacrime d'angoscia a lacrime di dolore.
Durò pochi minuti,che a me parvero un eternità,prima di sentire il calore del mio sangue e dello sperma colare tra le cosce,sulla pelle ed inumidire le coperte.
Mi sentivo morta dentro.Lo dovevo fare,e l'avevo fatto. Si io sarei stata una brava moglie.Restava da vedere se mai sarei stata felice.
Mi voltai dall'altra parte,mentre lui sdraiato sul letto ansimava fissando il soffitto.
Mi addormentai,il mio sonno fu lungo,profondo e senza sogni.
Il mattino seguente mi risvegliai sola nella stanza. Ibrahim era andato al mercato.Anche la sua vita era cambiata. Da quel giorno avrebbe dovuto lavorare per sfamare me e la sua futura progenie.
Durante il giorno seguente al mio matrimonio,restai chiusa nella mia nuova casa,a fissare le pareti ancora vuote,ad immaginare la mia vita accanto all'uomo che avevo sposato.
Verso sera Ibrahim tornò a casa,stanco. Varcata la soglia mi guardò e sorrise,si diresse verso di me e mi baciò,poi lasciò cadere sul tavolo un mazzo di viole.
Così iniziò la mia nuova vita da moglie,ben diversa dalla vita di tante altre donne palestinesi.

Ibrahim era un bravo marito,mi viziava  e si prendeva cura di me.Ogni giorno al rientro dal lavoro mi comprava qualcosa al mercato,un gioiello,un oggetto,o semplicemente un mazzo di viole profumate.Nè mai alzò un dito contro la mia persona,né d'altro canto io feci mai nulla di tanto grave da meritarmi una qualsivoglia punizione. Era un marito fedele,per molti era un uomo debole,poichè non faceva valere la sua forza su di me.Per me invece era un uomo coraggioso e sicuro di se,un uomo a modo che si prendeva cura di ciò che aveva di più caro,e silenziosamente lavorava senza mai lamentarsi e portava il cibo in tavola.Era mio marito.
Con Ibrahim e grazie a lui,conobbi l'amore che non conobbero molte donne.
Due anni dopo,a seguito un interminabile serie di tentativi,finalmente restai incinta,finalmente riuscimmo a mettere a tacere le malelingue che già mi avevano etichettato come sterile.
Il 14 marzo 2001 diedi alla luce il nostro primogenito Omar.
Ricordo che Ibrahim pianse non appena lo vide,e lo baciò.Il bambino che fino a quel momento non aveva fatto altro che piangere,si addormentò tra le sue braccia. Eravamo felici.
La nascita di Omar rafforzò il legame vitale che s'era instaurato tra me e mio marito.
La mia vita era bellissima. Diventò ancor più bella quando 4 anni dopo partorii il mio secondo bambino,Ismael.
La nostra famiglia cresceva,sempre di più,sempre meglio. Educammo i nostri figli senza mai usare la violenza.Ibrahim era più paziente di me,era capace di comprendere a fondo le marachelle di Omar,frutto della gelosia nei confronti del fratello minore. Omar cresceva,e si sentiva da me che dedicavo tanto tempo e cura verso Ismael,un pò trascurato.
Ibrahim era il tramite nei litigi tra me e mio figlio,riusciva sempre a calmarci,tanto che ogni discussione finiva con lacrime di gioia,ed un "ti voglio bene" d'obbligo.
Eravamo fortunati. Abbiamo sempre vissuto in uno dei quartieri più ricchi di Gaza.Vivevamo la nostra vita rispettando le regole dei nostri governi,senza fiatare,anche quando queste erano dure.Non volevamo creare alcun tipo di problema,altrimenti nel peggiore dei casi,i nostri figli sarebbero rimasti soli,senza un padre o senza una madre.
Quando Omar ed Ismael cominciarono la scuola,chiesi ad Ibrahim di comprare una radio per tenermi compagnia nei lunghi pomeriggi che passavo in casa a sbrigare le mie faccende domestiche.
Hamas aveva già vinto le elezioni allora,e controllava tutto,dalla polizia,all'amministrazione all'istruzione.
Ma io non mi interessavo tanto di politica.Era una cosa stupida,almeno per me.

Era il 2009 quando in lontananza vidi mio figlio Omar,nella via di casa,che barcollava sorretto da Ismael.Piangeva.Non appena lo vidi ebbi un vuoto vuoto al cuore.Ero confusa.Non capivo. Fino a poche ore prima era tranquillo giocava e saltellava mentre andava a scuola.
Ora il mio bambino non si reggeva in piedi.
Mi avvicinai e mi resi conto che la sua caviglia era slogata,le dita delle mani erano tutte rotte insieme ai polsi.
Non poteva essere frutto di una lite tra bambini di otto anni...
Presi in braccio mio figlio,io magra e fragile trovai tutta la forza del mondo per correre in casa con mio figlio mezzo morto tra le braccia. Ero impazzita. Tanti vicini accorsero per vedere cosa fosse successo al primogenito di Ibrahim,al ragazzino solare e ben educato che si faceva amare da tutti gli abitanti del quartiere. Chiesi a Gilad,un ragazzo di 15 anni che abitava lì,di andare a chiamare mio marito.
Poggiai Omar sul divano a fiori della cucina. Il mio bambino non parlava,rantolava e sputava sangue.
Ero disperata.
Ibrahim arrivò a casa poco dopo.Appena vide suo figlio ridotto in quello stato cadde in ginocchio e iniziò a pregare. Omar doveva essere portato subito in ospedale,così lo caricammo sulla nostra vecchia Ford e sfrecciamo via tra lacrime e disperazione verso l'ospedale più vicino.
Al pronto soccorso dell'ospedale civile di Al Aqsa,fu chiaro che la situazione era molto  grave.
Dalle prime analisi risultava che mio figlio era stato picchiato a sangue,gettato e terra e colpito ripetutamente alle costole,una delle quali aveva perforato un polmone.
Attendemmo per cinque ore,cinque ore in cui i medici dell'ospedale tentarono tutto il possibile per salvare il mio Omar.
Alle sette di sera,nella sala d'attesa fummo raggiunti da Mustafà,un uomo sui trent'anni,gestore di una market situato nei pressi della scuola che frequentava Omar insieme ad Ismael.
Appena vide i nostri volti,l'uomo iniziò a piangere,a chiedere scusa,a domandare perdono.Non capivamo. Io non capivo. Pensai perchè si sta scusando?E' lui che ha ridotto così il mio bambino?Perchè allora è qui?L'idea che quell'uomo avesse picchiato con così tanta violenza mio figlio,mi pervase l'anima e il corpo al punto che gli saltai addosso come una leonessa inferocita.L'uomo cercava di difendersi dai miei colpi,dai miei schiaffi,mentre Ibrahim ed alcuni infermieri attirati dal trambusto,cercavano di fermarmi.
L'uomo così,terrorizzato cominciò a parlare. Ci spiegò che poche ore prima aveva sorpreso Omar mentre rubava delle caramelle da uno scaffale,così aveva chiamato una guardia che stava appostata fuori dal negozio.
Questa aveva strattonato nostro figlio,lo aveva caricato su un auto e portato in caserma.
Il resto vien da se.Mio figlio di soli otto anni era stato pestato,ridotto in fin di vita,per delle caramelle.Ucciso impunemente da un poliziotto naturalmente un sottoposto di Hamas.
Caddì distrutta su una sedia nella sala d'attesa. In quel momento,dalla sala operatoria ci raggiunse un medico,un chirurgo inglese.Non appena i suoi occhi incontrarono i miei,abbassò la testa,e li capii.
L'uomo col camice ancora imbrattato del sangue di mio figlio,si chinò verso di me,mi prese la mano,e mi disse che Omar era morto.
Mio figlio non ce l'aveva fatta. Dopo cinque ore di operazione,il suo cuore aveva smesso di battere.Troppo peso da sopportare per il corpicino del mio bambino.
Non riuscii a piangere. E' triste da dire,ma le mie lacrime erano soffocate da un profondo senso di impotenza,di rabbia e frustrazione.Hamas aveva ucciso mio figlio,ed io per il bene della mia famiglia non avrei mai potuto ribellarmi,fare a quel poliziotto ciò che lui aveva fatto al mio Omar.
Poche ore dopo,mio marito andò a prendere il corpo dilaniato di mio figlio.Neanche Ibrahim piangeva. I suoi occhi erano persi nel vuoto. Non seppi mai che pensieri frullavano nella sua testa in quei momenti bui.
Portammo nostro figlio a casa. Lo lavai e lo vestii. Era l'ultima volta che toccavo la pelle di mio figlio. Il suo corpo era ancora caldo. Presto sarebbe diventato freddo e rigido.Ricordai quelle volte in cui lo lavavo in una catinella piena di acqua tiepida,quelle volte in cui mi guardava con ammirazione,ricordai le mattinate passate a giocare,ad insegnargli a leggere.
Ricordai quelle notti insonni passate al suo capezzale perchè la febbre non gli dava tregua.
Era tutto finito. Mio figlio era stato relegato al mondo dei ricordi.Null'altro che questo. Solo ricordi.
Il mattino seguente,al funerale di mio figlio,c'era una gran folla silenziosa.
Avevo perso il mio bambino per sempre,ignara del fatto che nel profondo del mio ventre prendeva forma un altra vita. Omar se n'era andato,lasciandosi dietro il dono di un altro bambino.

Il 17 aprile 2010  diedi al mondo Yousef,un bellissimo bambino,la copia di Omar.
Ibrahim pianse anche allora,anche allora si emozionò,ma quella volta le sue lacrime non furono solo di gioia. Omar aveva lasciato un vuoto,incolmabile,che mai qualunque fosse potuta accadere avrebbe riempito.Riversammo su Ismael e Yousef tutto il nostro affetto,tutto il nostro amore. Diventammo iperprotettivi,forse a volte anche soffocanti.
C'eravamo noi e noi soltanto,uniti io e Ibrahim avremmo protetto i nostri figli da qualsiasi dolore e da qualsiasi delusione. Ma il futuro,aveva altro in serbo per noi...
La nostra vita procedeva con la solita normalità,io apprendevo dalla radio le notizie sugli attentati suicidi di Hamas e delle reazioni da parte dell'esercito israeliano. Apprendevo l'odio che i nostri fratelli provavano per noi,popolo senza terra,senza patria,apprendevo la loro volontà di sterminarci.E non riuscivo a capire come si potesse volere qualcosa di così atroce come la morte di uomini donne e soprattutto bambini. Io la morte l'avevo vista in faccia,avevo visto la vita lasciare il corpo di mio figlio. Come si può volere la morte?Possibile che non ci sia nessun'altra soluzione oltre a questa?
Passai gli anni con questi pensieri nella testa,col terrore giorno dopo giorno,di non vedere mio marito  i miei figli rientrare a casa.

Il 12 giugno 2014 alla radio sentii del rapimento di tre ragazzi israeliani. Da subito ci venne detto che i responsabili erano terroristi di Hamas.Ripensai al mio povero bambino,caricato su un auto e portato in una caserma.Ucciso a calci e pugni. Ripensai alla paura che in quei momenti sicuramente invadeva i suoi occhi,e pensai che anche quei ragazzi probabilmente avevano paura.Pregai per loro.Pregai perchè quel rapimento non fosse colto come l'occasione per iniziare una nuova guerra.
Ma non fu così.
I raid aerei dell'esercito israeliano,iniziarono fin da subito.Pochi giorni dopo il rapimento,le bombe iniziarono a cadere dal cielo,la gente a morire. Cercai di convincere Ibrahim a non andare più al lavoro.Gli dicevo che non volevo restare vedova,che non avrei saputo che fare. Ismael e Yousef  non andavano più a scuola,era stata chiusa.
Le giornate proseguivano nell'angoscia di non vedere più Ibrahim. Per interi pomeriggi immaginavo di dover accogliere un amico un vicino con la notizia della morte di mio marito.
Ma grazie al cielo,mio marito rientrava ogni sera.
C'era una nuova pratica che portava avanti l'esercito israeliano. Si chiamava Roof-Knocking.Da un aereo lanciavano delle bombe senza esplosivo nelle case che intendevano bombardare. Gli abitanti della casa avevano 67 secondi per fuggire prima che l'abitazione venisse rasa al suolo. Era scioccante.
speravo che mai sarebbe accaduta una cosa del genere a noi.
Il nostro era un quartiere di gente benestante. Era alquanto improbabile che ci attaccassero,e questo mi rincuorava un pò.
Ma le bombe si avvicinavano,giorno dopo giorno venivano lanciate sempre più vicino. Durante la notte sentivo le esplosioni in lontananza,per alcuni istanti avevo l'impressione di sentire la voce dei bambini e delle donne che morivano in quegli attacchi insensati.In quei momenti di sconforto mi avvinghiavo al corpo ancora possente,ancora giovane di mio marito,sentivo il suo cuore battere dentro al petto,il suo respiro regolare. Mi perdevo guardandolo dormire e tanto bastava per farmi stare tranquilla.
Il 30 giugno,vennero scoperti i cadaveri dei tre ragazzi rapiti.
Piansi e pregai perla loro anima. Pensai ai loro genitori,al loro dolore che conoscevo fin troppo bene.
Era una tragedia.

L'8 luglio dalla radio sentii che avrebbe avuto inizio una nuova operazione da parte dell'esercito israeliano. La chiamavano "Margine Protettivo".L'intenzione era quella di colpire i punti cardine dell'organizzazione di Hamas. La verità era che in quegli attacchi morivano tante,troppe persone.Morivano amici,parenti,conoscenti,intere famiglie sterminate in pochi minuti.
Non dissi nulla ai miei figli,nè io ed Ibrahim parlavamo mai in loro presenza di ciò che stava accadendo la fuori. Cercavamo in tutti i modi di preservare l'ambiente sereno della nostra casa.

Il 14 luglio le bombe iniziarono a cadere anche nel nostro quartiere.
Sulla strada diventavano ogni giorno più numerosi i cadaveri dei nostri vicini di casa.
Barricai le finestre perchè i miei figli non vedessero l'orrore che c'era la fuori.Il nostro mondo stava crollando,così come ogni nostra certezza,così come quell'ultima scintilla di speranza,di sicurezza.
Non avevamo più la luce,nè l'acqua corrente. Le bombe avevano distrutto tubature e cavi elettrici. Ora oltre i cadaveri,le strade erano gremite di topi,insetti e fango. Mancava la poca acqua che avevamo. Non potevamo lavarci,non potevamo bere se non rischiando di contrarre la dissenteria.
Dormivamo tutti nella stessa stanza,per terra,perchè ci sentivamo più sicuri.
Il 19 luglio alle 4:30 del mattino,sentii un forte colpo,provenire dal tetto di casa nostra,alcuni calcinacci si staccarono dal soffitto.
Capii che toccava a noi.
Era arrivato il nostro turno. Avevamo 67 secondi per metterci in salvo.
Presi con me Yusef,mentre Ibrahim prese per mano Ismael.
Dovevamo portare in salvo i nostri figli.
Uscimmo di casa. Era buio,i lampioni spenti.
Scivolavamo tra mattoni,travi di ferro e corpi mutilati.Non si vedeva nulla se non il bagliore delle fiamme che bruciavano il nostro quartiere.
Si sentivano grida,qualcuno che chiamava a gran voce figli,amici,parenti sommersi dalle macerie delle case distrutte.
Morte,nient'altro che questo e lacrime. Troppe lacrime e troppo dolore perchè un popolo possa sopportare,perchè un popolo possa resistere.
Sentimmo un aereo volare basso sopra le nostre teste,un attimo,un fischio assordante e un boato alle nostre spalle. Rumore di vetri rotti,di mattoni che si schiantano al suolo,una luce accecante,grida.
Mi voltai e vidi la mia casa distrutta,illuminata dalle fiamme.
Non c'era più nulla.In quell'istante pensai che non avevo preso nessun oggetto appartenente ad Omar.
Mio figlio era morto per la seconda volta.
Ma non vedevo mio marito,non vedevo Ibrahim,e non vedevo Ismael. Iniziai a chiamarli a gran voce mentre tenevo stretto al petto il mio piccolo Yousef.
La disperazione si impossessò di me,quando tra alcune macerie vidi spuntare una manina impolverata.
Era Ismael. Era vivo,respirava,aveva solo qualche graffio. Poco distante c'era mio marito.
Ibrahim.
Il mio amato Ibrahim.
L'uomo che mi aveva fatto conoscere l'amore.
L'uomo che si era preso cura di me,che aveva colto il mio fiore,padre dei miei figli,giaceva a terra,insanguinato,e non respirava più.
Il suo petto era stato trafitto da una scheggia,arrivata dritta al cuore.
Mio marito era morto,ed io ero sola con i miei due bambini,senza cibo,senza acqua,senza una casa.
Ibrahim era la mia forza,il mio bastone,era il mio coraggio,era la mia anima,la mia ragion d'essere.
Era mio marito,ma ancor prima era mio fratello,era mio amico,era il mio unico complice.
Perdendo lui,ho perso parte di me,e l'unica cosa che mi consola è che presto egli potrà riabbracciare il suo primogenito.

Ora che la mia casa è distrutta e mio marito è morto,sono sola,con due figli piccoli ai quali non so che dire,non so che raccontare,ai quali non so spiegare perchè i nostri fratelli ci stanno sterminando...perchè io tutto questo non lo so,non ho le risposte.

Tutto ciò che so è che mio figlio di otto anni è morto,ucciso dalle botte di un poliziotto.
Tutto ciò che so è che mio marito è morto ucciso da una bomba che ha distrutto la nostra casa.
Io so che Omar ed Ibrahim sono morti,so com'è successo,ma non so il perchè.
Allora chiedo a voi che leggete,esiste un motivo?C'è una ragione che posso spiegare ai miei figli,sul perchè il proprio fratello e il proprio padre sono morti?
Datemi una ragione che vada al di là della frase di circostanza che il nostro è un popolo in guerra. Noi non siamo in guerra,noi non abbiamo fucili nelle nostre case,non abbiamo missili,non abbiamo armi.

La verità è che ogni vostro tentativo di spiegare sarà inutile e vano,perchè non esiste ragione plausibile capace di spiegare e giustificare lo sterminio di un popolo,e se non lo capite,è solo perchè non volete farlo. Allora ve lo auguro di cuore,a voi indifferenti,a voi che vi riempite la bocca di parole senza avere la minima idea di ciò che si vive qui,che la vita di mio marito e quella di mio figlio,pesino sulle vostre coscienze,che la loro anima venga ogni notte a farvi visita nel sonno,perchè anche se non siete i nostri diretti carnefici,voi siete complici di uno sterminio.

domenica 3 agosto 2014

Estratti da un conflitto:Parte 1 "Eyal,Naftali,Gilad"

Una Breve Premessa

Quanto state per leggere,nei confini di queste righe,è frutto della mia immaginazione.
In verità vorrei tanto che queste storie fossero state partorite solo dalla mia giovane mente,ma a malincuore devo ammettere che esse sono ispirate ad eventi realmente accaduti nel corso dell'ultimo conflitto israelo-palestinese,che prosegue ancora adesso,in questo momento mentre io cerco le parole...
Ciò che sto cercando di fare,è immaginare di essere li,in mezzo ai soldati e ai civili israeliani,in mezzo agli anziani,alle donne,e ai bambini palestinesi,in mezzo ai medici degli ospedali di Gaza.Ciò che cerco di fare,è immaginare i loro pensieri,la loro angoscia,la paura,la sensazione di impotenza che si può provare quando le case,le strade,i ricordi,le vite,vengono rase al suolo,impunemente. 
Cerco di immaginare i pensieri tempestosi di un soldato israeliano,un disertore che preferisce essere privato della propria libertà,piuttosto che sporcarsi le mani col sangue di innocenti.
Questa non è una dunque una lezione di storia e non va presa come tale.Va presa come una delle tante letture sulle quali ci si può imbattere navigando nel web.Inutile dire che non sarà un resoconto di tutti gli avvenimenti che hanno preso vita nel corso di questo conflitto,sarebbe impossibile.
Quelle che seguiranno in questi post,che pubblicherò oggi e prossimamente sono solo storie. 
L'attenzione sarà proiettata sulle vicende che più mi hanno sconvolto,e che io tenterò di raccontare a modo mio.Varierà quindi l'ambientazione perchè diversi sono i luoghi in cui si sono svolti i fatti.
Varierà anche il punto di vista narrativo.
Vi auguro una buona lettura,sperando che lo sia,altrimenti mi scuso in anticipo per la perdita di tempo.

 1 Eyal,Naftali,Gilad

12/06/2014 Gush Etzion,poco lontano da Hebron (Cisgiordania) ore 19:00 locali.
La lezione non è ancora finita.Manca un ora prima di poter uscire da scuola.
Naftali seduto sul suo banco di legno,tiene la testa china sui libri,intento a ripetere e memorizzare i trattati di Mishnà.Accanto a lui Gilad, pasticcia un foglio,alzando la testa di tanto in tanto verso l'orologio appeso alla parete,poi avvicinando la bocca all'orecchio del compagno,sussurra:
<<Non vedo l'ora che finisca la lezione.Il tempo in quest'aula sembra non passare mai>>
<<Gilad sta zitto!Sto studiando!>>risponde l'altro
<<Calmati!non ti disturbo più...però mi sto annoiando...>>
<<Senti non mi parlare,se prendo un voto basso anche alla prossima interrogazione,i miei mi mandano a pascolare le capre insieme a mio cugino,se non sai che fare addormentati sul banco,almeno starai un pò zitto>>
<<Va bene,va bene,continuo a disegnare...però datti una calmata...>>.
Passano i minuti,Naftali sempre chino sui suoi libri,e Gilad intento a disegnare persone deformi sul suo foglio di carta.
Finalmente suona la campana.I due si alzano,e dopo aver riposto i quaderni nelle loro borse,si dirigono verso l'uscita dell'edificio,trascinati dalla marmaglia chiassosa di studenti
Sono le 20:00,il sole non è ancora tramontato,e il lontananza si scorgono le sagome delle colline,e delle case.
Naftali è taciturno e imbronciato mentre Gilad col solito suo sorriso spensierato stampato sul volto,saltella calciando qualche sasso.
<<Hey ma che ti prende?>> esclama rivolgendosi al compagno,rimasto qualche passo indietro
<<Che mi prende???>> Risponde l'altro sarcasticamente <<Non hai fatto altro che disegnare e parlottare per tutta la lezione!A volte sai davvero essere irritante!Io cerco di studiare e tu che fai?!Mi rompi le palle ininterrottamente!domani chiedo di cambiare banco,o mi toccherà davvero andare da mio cugino per colpa tua!!!>>
<<Colpa mia???Certo che sei proprio uno stronzo!Non hai mai studiato,non hai mai fatto nulla in tutti questi anni e adesso è colpa mia?!Fai sempre così!Dai la colpa agli altri per non prenderti le tue responsabilità. Fai tanto l'adulto ma poi sei solo un moccioso!!>>
<<Chi è un moccioso?>> esclama qualcuno alle spalle.
I due si voltano e nel giovane,che a passo svelto si avvicina a loro,riconoscono l'amico.
 E' Eyal,ha 19 anni e l'aria di un futuro ingegnere aerospaziale.I tre si salutano e scambiano qualche battuta,mentre lentamente,tra un spintone e un altro si dirigono verso la strada che porta verso  casa.
<<Insomma perchè stavate discutendo?>>continua l'ultimo arrivato.
<<Naftali dice che è colpa mia se lui non riesce a studiare.Viene a farmi la morale quando sono anni che non combina un cazzo.>>risponde Gilad
<<Ahahahahah Naftali non vorrai diventare il primo della classe?!>> lo canzona Eyal
<<Vaffanculo tutti e due!Io cerco di cambiare,di mettermi in regola con gli studi e voi non fate altro che prendermi in giro!grazie mille per il supporto!>>Risponde l'altro,offeso
<<Nervosetto eh? vabè acceleriamo il passo,sta già facendo buio.>>risponde  Gilad assecondando le lamentele dell'amico.
I tre insieme accelerano il passo, dirigendosi sulla strada che porta a Hebron.
Sono le 21:00. E' buio e non si vede niente se non gli abbaglianti delle auto che sporadicamente passano di là.
<<Ci conviene fare l'autostop,o non arriveremo mai a casa>>dice tranquillo Eyal,mentre tira fuori dalla tasca della camicia,una sigaretta artigianale.
E' un giorno qualunque,un giorno come tanti altri e i tre,come ogni giorno,si appostano sul ciglio della strada,pollice in su, a fare l'autostop,nonostante ciò sia severamente proibito a causa delle tensioni in Cisgiordania tra ebrei e palestinesi.
Ma i tre sono tranquilli. Le targhe delle auto palestinesi infatti sono bianche e verdi,mentre quelle delle auto israeliane sono gialle. Basta salire su un auto con la targa gialla.
Sono le 21:43.Un auto si ferma di fronte ai tre ragazzi. E' una Hyundai,la targa è gialla e il conducente dalla folta barba ha un buon accento ebraico. I tre si scambiano qualche occhiata e salgono sui sedili posteriori dell'auto.Dalla radio si sente la voce della parlamentare Shelly Yachimovich.
Dopo circa dieci  minuti di viaggio,i tre ormai si trovano al bivio a pochi km dal centro di Hebron,quando l'autista con uno scatto inaspettato devia,cambiando strada.
<<Dove diavolo sta andando?>> sussurra Naftali
<<Magari deve fare una commissione>>risponde sottovoce Eyal seduto nel mezzo.
<<ragazzi ho un brutto presentimento,questa strada conduce alle campagne,sono le dieci,è tardi per fare commissioni....c'è qualcosa che non va>>sussurra Gilad visibilmente allarmato.
L'aria si fa tesa e pesante,solo la radio,e il rumore del motore interrompono il silenzio tombale.
<<Scusi può dirci dove stiamo andando?Noi siamo diretti ad Hebron...al centro di Hebron!>> domanda Eyal all'autista
<<Devo prima fare una cosa>> risponde questo,guardando i tre dallo specchietto retrovisore.
I tre giovani si guardano l'un l'altro con aria preoccupata ed interrogatoria.
L'autista prosegue ancora per dieci minuti su una strada deserta,ricoperta di pietre,in mezzo al nulla,lontano da tutto e da tutti.
Naftali in preda al panico più atroce inizia a recitare preghiere,mentre la sua voce diventa sempre più rauca e tremante,e lacrime copiose gli sgorgano dagli occhi.
Eyal il più grande dei tre,cerca di tranquillizzarlo,afferrandogli una mano e tenendola stretta con la sua
<<Tranquillo>>sussurra<<Non ci accadrà nulla>>.
Sono le 22:14 quando Gilad afferra furtivamente il suo telefono e digita 100 sul display. E' il numero della polizia.
Alle 22:15 al distretto di polizia di Samaria squilla il telefono
<<Pronto?>> risponde l'agente centralinista <<Pronto?!>>
<<Pronto?Aiuto siamo stati rapiti,siamo nelle campagne di Hebron,aiutateci ci hanno rapiti!!>>esclama una voce.
<<Scusi può ripetere?!>>replica l'agente
<<Silenzio.....cazzo state zitti......state zitti!>>
La macchina si ferma. L'autista apre con violenza il cassetto del cruscotto ed estrae una Smith e Wesson. I suoi occhi sono iniettati di sangue,per un istante sembrano gli occhi di un folle,per un istante sembrano vuoti. E' la fine.
Eyal afferra le mani dei suoi due compagni e le stringe con talmente tanta forza da far male.
Gilad osserva la pistola poggiata sulla sua fronte,sente il freddo del metallo,l'odore delle mani del suo assassino.Poi un dolore lancinante,un bruciore fulmineo,il calore del sangue sulla pelle. Poi più nulla.
Silenzio.
Vuoto.
Naftali attonito piange,nei suoi occhi si scorge l'incredulità di chi ha appena visto morire un amico,e la disperazione,la consapevolezza di una morte imminente,della vita che svanisce.
Eyal stringe ancora la mano dell'amico morto. Non piange.Tutto è finito.Sente la pistola premere sopra la sua testa,sui suoi capelli.Un colpo.
Il suo essere svanisce,il suo corpo si abbandona alla morte nei sedili posteriori di una Hyundai.
Non c'è più tempo per piangere,nè per capire che anche Eyal è morto.
Naftali guarda il mondo,per l'ultima volta,il mondo riflesso negli occhi di uno sconosciuto,un uomo che premerà il grilletto di una pistola e gli strapperà via tutto,per sempre.
Un colpo,un ultimo colpo e silenzio.
Non si odono più grida,nè pianti.
L'agente riattacca la cornetta del telefono mentre spegne la sua sigaretta
<<Era solo uno scherzo>> dice rispondendo allo sguardo interrogatorio del collega che lo osserva dall'altro capo della scrivania.
Non viene inviato alcun soccorso,nonostante a Hebron,non sia poi così remota la possibilità di un rapimento.
Sono le 2:30 del mattino quando al dipartimento squilla di nuovo il telefono.
Un altra chiamata
<<Pronto?>>
<<Polizia?!>>
<<Si mi dica>>
<<Mio figlio è scomparso!Si chiama Gilad!sarebbe dovuto essere a casa già da diverse ore!ma non c'è. E' scomparso!Aiutatemi vi prego aiutatemi....>>
La voce che si sente dall'altro capo del telefono,è quella di una donna,in lacrime. Suo figlio,Gilad di 16 anni,è scomparso insieme a due amici,Naftali 16 anni,ed Eyal di 19,tre ragazzi come tanti che frequentano il seminario rabbinico di Gush Etzion.

Nel frattempo,nelle campagne a nord di Hebron,si intravede parcheggiata una Hyundai.
Non ha la targa.
I vetri sono imbrattati di sangue.
Nei sedili posteriori i corpi di tre ragazzi,che nell'ultimo istante prima di morire,si tenevano per mano.


Così finisce la storia di Naftali Yakoov Frenkel 16 anni,Gil-Ad Shayer 16 anni ed Eyal Yifrah 19 anni.